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SID - SCIENZA IN DANZA

Chi sono? Danzare e diventare ciò che si è

Ogni volta che proviamo a rispondere alla domanda Chi sono io? forniamo un nuovo contributo a uno dei più fondamentali tra gli interrogativi filosofici.

La questione dell’identità è infatti uno dei nuclei intorno ai quali si possono organizzare molte delle riflessioni sviluppate nell’ambito della filosofia, una disciplina che, secondo alcuni, nasce proprio dal senso di meraviglia e stupore che l’umano prova nei confronti di ciò che vive. Interrogare la realtà è allora già un approccio filosofico, capace di investire non solo il reale che ci circonda, ma soprattutto il reale che siamo. È quindi a partire dal nostro “angolo prospettico” che adottiamo quell’atteggiamento riflessivo con cui si nutre la filosofia. La sua peculiarità consiste nella metodologia con cui apprende a disciplinare la propria riflessione e a proporla nel dialogo con l’altro: che si tratti di ascoltare un altro umano pensante, di porsi a confronto con una diversa disciplina o di elaborare il vissuto di un’esperienza, solo per dirne alcune, la filosofia non può che essere aperta a ciò che accade, esposta al suo apporto per poter poi elaborare il proprio.

Questa relazione incessante ha permesso a numerose proposte filosofiche, avanzate nel corso dei secoli, di andare a costruire il tessuto culturale e ideologico con cui guardiamo al mondo e a noi stessi. Già da sempre. Perché anche il modo in cui formuliamo la domanda di cui sopra non è mai un puro punto di partenza, ma, già da sempre, il risultato di una certa tradizione che ci precede e ci condiziona: quella del nostro linguaggio, del contesto in cui viviamo, del nostro bagaglio di letture e incontri, delle nostre esperienze fisiche. Ognuna di queste dimensioni può contribuire a modificare le nostre risposte, le nostre argomentazioni, ma anche le nostre domande. Ecco perché impegnarsi nella pratica di una disciplina che coinvolge buona parte di ciò che siamo ha effetti significativi sulla nostra capacità di concepire e percepire ciò che siamo.

Nello studio della danza sono coinvolte, in effetti, diverse componenti della nostra identità che, in sintesi, potremmo chiamare mente e corpo. È stata proprio la filosofia a influenzare l’impostazione della questione identitaria in questi termini, spesso intesi come contrapposti o comunque appartenenti a due domini non del tutto identici, il cui legame deve essere indagato e spiegato, proprio a partire dall’esperienza che ne si fa. Se tuttavia nella quotidianità spesso ci limitiamo a porre una differenza tra la nostra ragione e la nostra corporeità, senza preoccuparci di definire come mai entrambe possano essere dette nostre, quando ci troviamo confrontati con l’apprendimento di una tecnica corporea non possiamo fare del tutto a meno di interrogarci su come articolare questa relazione. Se non nella teoria, almeno nella pratica. Quella pratica senza la quale, d’altronde, non esiste teoria alcuna.

Ciò è tanto più necessario se si considera che questa differenziazione non è mai stata del tutto neutrale, ma ha per lo più inclinato ad assumere la conformazione di una gerarchia, in cui il predominio spetti alla mente sul corpo. Un dominio che però crolla alla prova dei fatti nel primo istante in cui ci si avvicina all’apprendimento della danza, qualsiasi sia la tecnica scelta. Per poter apprendere un nuovo abito di comportamento, una nuova abitudine al movimento, è infatti cruciale abbandonare ogni presunzione circa il potere che la nostra ragione esercita nei confronti del corpo: il controllo che nel progredire dello studio un danzatore acquisisce su se stesso riguarda tutto il suo sé e non solo una sua parte sulle altre, né la ragione sul corpo, né viceversa il fisico sul mentale. L’una dimensione non può fare a meno dell’altra, entrambe devono conoscersi e rispettarsi affinché la danza si dia, affinché la danza possa essere messa in pratica, “con anima e corpo”. In questo senso l’esperienza del danzare comporta una progressiva integrazione del sé: un sé integro perché integrato nelle sue componenti, che devono imparare a collaborare, imparando a non percepirsi più come distinte in modo netto le une dalle altre.

Non solo la ragione deve porsi all’ascolto delle peculiarità di quel corpo che la incarna e che, solo, può dare consistenza ed esistenza alla danza, ma anche la nostra corporeità deve adattarsi alle indicazioni che provengono dal pensare e dire il movimento che dovrà accadere. La comunicazione sottesa all’apprendimento della danza è stratificata e include, tra l’altro, la trasmissione delle regole tecniche, il loro adattamento allo specifico del corpo che le pratica, la spiegazione dello spessore emotivo di una legazione coreografica e della sensazione legata a una precisa esecuzione di passi. Questo tipo di messaggi non possono passare se affidati esclusivamente al linguaggio corporeo, all’imitazione dell’insegnante o al suo tocco correttivo, ma nemmeno se tradotti in maniera troppo pedissequa nel linguaggio della ragione, perché spesso si tratta di indicazioni che sovvertono la logica ordinaria, suggerendoci, ad esempio, di contrastare con una parte del nostro corpo gli effetti del movimento della restante e, nel contempo, di muoverci come un tutt’uno coordinato.

Anche qualora la nostra mente, prima ancora di muovere un passo con il corpo che la incarna, riuscisse, con uno straordinario sforzo immaginativo, a intuirne il significato non sarebbe comunque sufficiente a tradurlo in movimento senza passare per la sperimentazione che solo l’esperienza del nostro corpo in movimento realizza. Qualsiasi indicazione che provenga dal fuori della nostra realtà corporea ha infatti bisogno di essere letteralmente incorporata, fatta propria dal nostro corpo che sperimenta e apprende le proprie possibilità solo nella pratica: ad esempio, finché non ho mai provato a fare un’arabesque con questo mio corpo non sarò mai cosa dovrò mettere in atto per eseguirla al meglio che mi è possibile e ritornare a studiare la teoria mi aiuterebbe ben poco se non mettessi in pratica questo studio con un esercizio costante. Senza la pratica, la teoria della danza non avrebbe concretezza, quasi al punto di non esistere. 

D’altronde, io non ho mai visto un’arabesque. Qualcuno qui ha visto un’arabesque? Avete visto Cescaya fare un’arabesque, avete visto Susanne Farrel fare un’arabesque, avete visto Barishnikov fare un’arabesque. Ma un’arabesque no (M. Béjart, “Je redoute de parler de danse parce que, chaque fois, j’ai l’impression qu’on la détruit”)

Per questo, praticare una disciplina come la danza ha un impatto significativo sulla percezione e la concezione che abbiamo di noi stessi. Come altre esperienze cosiddette trasformative, anche danzare permette di acquisire una nuova prospettiva conoscitiva, non solo sulla disciplina, ma anche su chi la pratica, a partire da noi stessi. Danzando impariamo anche a riformulare la questione identitaria, non più in termini di coscienza razionale contrapposta a un’oscura corporeità da domare, ma come una più generale e più ampia consapevolezza dell’integrazione tra mente e corpo, quali poli di un’unica dimensione che già ci costituisce e, in certa misura, sempre ci oltrepassa. Solo apprendendo nella pratica l’integrità del nostro io, solo mettendola in pratica e in corpo, riusciamo a modificare tanto la percezione di noi, la sensazione fisica di essere ciò che siamo, quanto la concezione che di noi stessi abbiamo, avvicinandola alla realtà, complessa, che scopriamo di essere. Nella pratica diventiamo consapevoli della nostra identità, come già è e come si trasforma, mentre essa stessa diventa dinamica, assumendo quella torsione paradossale che Pindaro le ha attribuito e che Nietzsche ha reso noto: diventare ciò che si è. Qui pratica e teoria possono incontrarsi e imparare a integrarsi, così come lo imparano, ogni volta di nuovo, mente e corpo nell’esperienza della danza, e non solo. Qui anche danza e filosofia possono integrarsi per provare a elaborare nuove risposte a una nuova domanda: Come divento ciò che sono? 

 

A cura della Prof.ssa Selena Pastorino

Redazione SID - Scienza In Danza

®RIPRODUZIONE RISERVATA 

 

Bibliografia:

- Maurice Béjart, “Je redoute de parler de danse parce que, chaque fois, j’ai l’impression qu’on la détruit”, in J.-Y. Pidoux (a cura di), La danse: Art du XXe siècle?, Payot Lausanne, Lausanne, 1990, p. 79

- Di Francesco, M. Marraffa, A. Tommasetta, Filosofia della mente. Corpo, coscienza, pensiero, Carocci, Roma, 2017

- Selena Pastorino, Filosofia della danza, Il melangolo, Genova, 2020

- Laurie Ann Paul, Transformative Experience, Oxford University Press, Oxford, 2014

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